Un crogiolo di idee

27.3.11

Rewind: Caccia al Timbro

Comparso per la prima volta sul Rasoio in un giorno ignoto della scorsa primavera.

Concluso il mio periodo lavorativo all'Expo, ad ognuno rimase qualcosa: ai cinesi il ricordo di un italiano che parla la loro lingua e alcune fotografie sfocate; ai colleghi italiani l'impressione di aver visto qualcuno aggirarsi per le sale svolgendo compiti misteriosi; a me un'esperienza di vita, un cinese quasi fluente, una lettera di referenza del direttore, amici dagli occhi a mandorla, una collezione di spillette regalate dai vip in visita e, per finire, il pass del personale, che consentiva di saltare la fila pressoché ovunque entro la zona Expo. Grazie a quello strumento di potere, nei giorni successivi completai in tutta calma il giro dei padiglioni, incluso Taiwan. Ma bisogna specificare alcune cose.

Il cinese medio, si sa, non è particolarmente esperto in geografia, perciò si temeva un consistente gap d'affluenza tra certi Stati misteriosi, tipo Tagikistan o Portogallo, ed altri più noti. La soluzione fu mettere in vendita un finto passaporto targato Expo sul quale collezionare divertenti timbri dei padiglioni visitati. La trovata si rivelò vincente e i negozi segnalarono l'esaurimento delle scorte nel giro di quindici giorni. I cinesi, senza troppe distinzioni di status sociale, diventarono malati. Il timbro era più importante dell'esposizione stessa, era una droga, era vitale. Individuato un banchetto dei timbri, le persone ci si scagliavano sopra dimenticando ogni dignità, così come perse importanza quale supporto farsi timbrare, fossero mappe, quaderni, bloc-notes, mani e braccia, poppanti o vestiti. Anche la quantità non era più rilevante. Alcuni scaricavano sul tavolo pacchi da 10 passaporti e magari, in preda al delirio, timbravano più pagine. Perché tanta foga? Come se non bastasse, questo accanimento confuso peggiorava tragicamente in alcuni padiglioni dove i timbri rimanevano sul tavolino in balia dei turisti, che se lo stampavano da soli. Tuttavia alcuni semplicemente se lo portavano a casa per oscuri feticismi, perciò si cominciò ad assicurarli al tavolo con catene, corde, tagliole, laser eccetera. In alternativa membri del personale molto sfortunati erano destinati a tempo pieno alla timbratura, al ritmo di 30 al minuto. Al padiglione olandese, caso in cui il timbro era abbandonato sul tavolo, accadde persino che un cinese se ne impossessò per un tempo giudicato eccessivo e un connazionale, scocciato da tanta arroganza, gli assestò un bel pugno in faccia. Fine dei patemi.

La spiegazione non poteva essere solo la moda, ci doveva essere qualcosa sotto. Infatti un giorno, parlando con un collega, venni a sapere che alcuni collezionisti giapponesi offrivano per i passaporti completi la cifra di 5000 renminbi, lo stipendio di due o tre mesi per un normale lavoratore. Improvvisamente mi era chiaro cosa trasformava i turisti in belve sbavanti.
Ad ogni modo cominciai anch'io a fare il cacciatore di timbri. Non con l'idea di guadagnarci, tant'è che il mio passaporto è completo ed invenduto. Lo facevo per integrarmi, perché era diventato un argomento di conversazione: quando si conosceva una persona all'Expo, parlando del più e del meno, si discuteva dei mondiali, degli studi, dei ristoranti preferiti in città e dei timbri.

Quindi, terminata la visita al padiglione di Taiwan, mi diressi al banchetto per farmi stampare il passaporto. In tutta innocenza, lo aprii alla pagina 1 dove avevo i timbri di Hong Kong, Cina e Macao, ma l'addetta, guardandomi male, si rifiutò di timbrare! Sconcertato, insistetti per un po' e infine la ragazza mi strappò il passaporto di mano, lo sfogliò e timbrò a pag. 44, UNITES STATES of AMERICA. Grazie. Poi i suoi colleghi mi accompagnarono all'uscita.
Non è un mistero che la questione Taiwan sia così sentita laggiù. Nella RPC però non ci stanno a pensare neanche un secondo: Taiwan è Cina, punto e basta, e le cartine ufficiali infatti includono l'isola entro la giurisdizione di Pechino senza ambiguità. Non immaginavo che anche un gadget come il passaporto Expo potesse essere politicizzato; comunque a me bastava avere il timbro.

24.3.11

Rewind: Expo 2010

Ho saputo che il commissariato italiano per l'expo del 2010 sta preparando un volumetto sulla nostra partecipazione all'evento (che includerà da qualche parte anche il mio nome, mi dicono). La notizia mi ha subito innescato bei ricordi e quindi, in attesa della pubblicazione, ho deciso di riesumare qui tutti gli articoli che scrissi sull'argomento, comparsi originariamente sul Rasoio pressappoco un anno fa.

Lavoravo al padiglione italiano tutta la settimana dalle dieci alle diciotto, tranne il giovedì libero. Ero stato assunto nel servizio di sicurezza, il che significa che dovevo girare a caso per il padiglione controllando che tutto filasse liscio. Il lavoro in fin dei conti era comodo: uno stagista (volontario) quale ero non se lo cagava proprio nessuno là dentro e ce n'erano altri come me in situazioni analoghe: non so se questa indifferenza verso i giovani fosse (è) una prerogativa degli italiani, oppure un semplice effetto dell'essere stagista od ancora, più a valle, se derivasse dal fatto che tanto non mi pagavano.
Ad ogni modo, senza nessuno che mi controllava, potevo fare quello che volevo, pur salvando le apparenze. Parlare coi colleghi cinesi, tutti coetanei o quasi, era la parte che preferivo.
Rimasi però di sale quando uno mi fece notare che il mio pranzo (gratis) nel ristorante del padiglione valeva di più della loro paga giornaliera, ossia circa 13 euro. Non so dire quanto fosse giusto tutto ciò. Ad ogni modo ciascun padiglione aveva appaltato un servizio di hostess/sicurezza a ditte cinesi, che posizionavano schiere di studenti sulla ventina nei punti strategici delle sale. Questi indossavano costumi in tema con la nazione ospitante, nel nostro caso un improbabile completo Prada rosa e grigio, unisex; e la loro funzione era rompersi le palle sei ore al giorno in piedi da qualche parte, giocare coi walkie-talkie, esibire the italian fashion, impedire ai turisti di accalcarsi, la qual cosa gli riusciva malissimo.
Era molto triste vedere la gente che stava in coda un'ora o due per farsi poi spingere avanti velocemente da ragazzine col megafono alte un metro e trenta. Ma questo sarà stato solo un problema di numeri, in fondo l'Expo là era più pubblicizzato dei mondiali in Italia; e il padiglione italiano faceva 25.000 persone al giorno. 参观 (tsanguan) di massa. Benvenuti in Cina.

Dall'altra parte c'era un problema di organizzazione degli spazi. Le prime due sale erano diabolicamente strette e piene di roba molto interessante: un'Isotta Fraschini per esempio, l'auto più lussuosa del mondo e perfettamente funzionante, un'Aprilia vincitrice dell'ultimo superbike, una bici modello speciale Expo 2010, teche di calzature sportive ergonomiche brevetto 2007, almeno 7 opere di arte astratta di vario genere (e gusto), un plastico del Pantheon in pietra e marmo e uno del Teatro Massimo in legno, larghi 1x1; un modellino con video del ponte sullo stretto (!), paliote decorative in oro-argento-corallo, una ventina di schermi che mandavano immagini di panorami cittadini, una stanza di vetro 3x6 con dentro veri artigiani italiani che fabbricavano cose davanti agli occhi attoniti dei turisti (nell'ordine di comparsa: scarpe, poltrone, restauro quadri, fumetti, cartoni animati, dolci, gioielli, violini). Una figata, insomma. Peccato che le stanze siano state pensate per un'affluenza à la occidentale. Così tra la gabbia degli artigiani, il Pantheon e un'orrenda lampada (che non era una lampada) verde fatta di tubi di plastica grossa come due persone, c'era appena posto per un nonno in sedia a rotelle e l'ingorgo era bello e pronto. Inoltre non mancava mai chi voleva saggiare di persona la resistenza dei modellini, il materiale della lampada (che non era una lampada), magari chiedendomi se quelli erano spaghetti, oppure chi inciampava nel piedistallo di una libreria di funzione ignota trascinando in terra gli scaffali. Ma l'orgoglio italiano di esibire cose che non c'entravano niente con l'Expo valeva bene un paio di hostess in rosa e il sottoscritto che si sgolavano per mandare avanti i turisti estasiati e per impedirgli di travolgere le opere, mentre i boss italiani dicevano quanta gente c'è oggi e andavano fuori a fumare una paglia.
Sulla guida poi affermava che quelle sale erano pensate apposta per dare l'idea dei vicoletti narrow narrow tipici dei nostri paesi e cittadine. Per fortuna che quando bestemmiavo là dentro nessuno capiva.

No, parliamo un attimo del tema dell'Expo. Ecco, io leggevo sulle guide ufficiali, così come sui muri delle case, opuscoli, cassonetti, teleschermi, spille e mezzi informativi vari che il tema era “better city, better life”. Tutti i padiglioni che visitai escluso quello olandese (eh!) non deviavano clamorosamente dalla traccia.
Nel padiglione italiano invece c'erano cose difficilmente ricollegabili, come una vera orchestra a grandezza naturale incollata ad una parete, uno scorcio di un de Chirico riprodotto a mosaico, manichini alti tre metri vestiti da Versace/Zegna/D&G, un ulivo finto scala 1:1, una sezione del Duomo di Firenze, una parete del teatro Olimpico di Vicenza, un campo di grano con tanto di papaveri attaccato a un soffitto, la sala dedicata all'Expo 2015 con foto della Moratti e una cascata che vela una panoramica di Rho area fiera. Sembrava di stare nel mondo delle fiabe! Better city, better life, mi sembra chiaro.

La chicca finale era un bel video del MOSE che spiegava come colare cemento in laguna senza devastare l'ambiente naturale. Ancora oggi non saprei se c'è ancora qualcosa da devastare, nel caso... E infatti i colleghi italiani, quando domandavo cosa pensassero del MOSE, non avevano dubbi, cito: “preferisci conservare Venezia o quattro calamari di merda in laguna?”. Allora tornavo subito a gridare ai cinesi qing wang qian zou qilai, che significa per favore datevi una mossa. Ai cinesi sapevo sempre cosa rispondere, per fortuna che c'erano loro.

Riguardo al ponte sullo stretto gli dicevo sempre che, causa tettonica a placche, il ponte rischia (oggi non meno che ieri) di rivelarsi una bufala. Di solito però non sapevano cos'è la tettonica a placche, ed anche lì, come dicono loro, 没错 mei tsuo, tutto okay. I miei colleghi siciliani sostenevano che il ponte fosse comodo, perché "minchia, quando vado in vacanza a Napoli risparmio tre ore di imbarco e sbarco coi traghetti". Forse avrei dovuto ribattere qualcosa. 
Basta, basta. Better city, better life, no? E allora perché non ci siamo comprati tutti una bella macchina ecologica come quella che era esposta nella sala 3, una splendida Ferrari ibrida HY-KERS 599 color verde natura da 5 milioni di euro, per sborare senza inquinare in giro per l'Italia?
In conclusione il padiglione italiano mi pareva assolutamente coerente col nostro paese: una fiera del pazzesco, per farla breve. Persino i francesi dicevano che il nostro padiglione era il più bello di tutti. Invece i cinesi da parte loro si divertivano come matti; sempre che non arrivasse qualche VIP gonfio di cash a fargli buttare nel cesso due ore di coda. Era una sofferenza per me costringere la gente a procedere per permettere a qualcun altro di passare, ma immagino facesse tutto parte del gioco.

23.3.11

Vuoto a Perdere

Jean Baudrillard (1929-2007) fu un sociologo d'oltralpe, il cui acume ricorda che persino tra i francesi ce ne sono di buoni a volte. Eppure egli non ebbe mai la considerazione che merita nel suo ambiente. Forse perché Baudrillard non si può facilmente inquadrare in una sola categoria di intellettuale.
I suoi scritti infatti non sono paragonabili a niente, sono un vortice di suggestioni, sentenze deliranti, fenomenologia della tecnologia mistica. 
Baudrillard è come un frullato di Nietzsche e Wilde, il prototipo del radical-chic apocalittico, assurdo e definitivo. Capire quello che scrive Baudrillard, districare la sua prosa corrosiva e visionaria, è un'ardua impresa e spesso non basta essere edotti in filosofia. Per leggere Baudrillard bisogna pensare come Baudrillard, ossia avvicinarsi parecchio alla pazzia. E' l'arte del pensiero sconnesso, un brainstorming senza nessuna risoluzione. In fondo Baudrillard è un patafisico. Potrebbe essere stato partorito dal re Ubu in persona, quale suo lato positivo, sia chiaro, ma pur sempre mostruoso. 
Ed è proprio la mostruosità, l'aberrazione di Baudrillard dal mos maiorum, che gli consente di immaginare con precisione chirurgica le modalità di deriva del mondo: certo non si può parlare di analisi razionale infatti. Baudrillard è tutto meno che razionale, ma lo giustificheremo, dal momento che una situazione folle come è la nostra modernità non si può avvicinare in modo classico. Sarebbe un errore grave.
Il fulcro di Baudrillard perciò diventa la frantumazione del sistema platonico. Le ombre che l'uomo vede sul muro della caverna sono una volontaria astuzia dell'oggetto. Da parte sua il soggetto in Baudrillard è deresponsabilizzato e messo tra le mani dell'oggetto, che, molto semplicemente, lo prende in giro. Un po' come l'autore stesso fa con noi.
Qual è lo scopo di tutto ciò? Nessuno. Merito di Baudrillard dunque è giungere infine alla denuncia di un male tremendo che permea l'oggi, ossia: il vuoto. Il potenziamento isterico del significato fino alla sua autodistruzione, l'estasi della messa in scena, che è l'oscenità in tutti i sensi (!). Il risultato è la trasparenza totale, la fine dell'illusione per un mondo più vero del vero, talmente vero da essere finto.

4.3.11

Pan-di-stelle

Per affrontare una crisi, specie una di quelle brutte dove non si riesce a dare un senso alle cose, il rimedio migliore è alzarsi presto e fare una buona colazione, e tutti sanno che il beneficio è immediato. Sempre che in casa ci siano i biscotti giusti, tipo quelli che grondano cioccolato, o l'affettato fresco di salumeria.
A volte però capita anche che gli zuccheri facciano reazione con l'io ancora assonnato: allora si produce la visione mistica, detta anche sensus universi, col quale si riesce a dare un significato perfetto a qualsiasi cosa. Oppure, per mal che vada, alla colazione:




Io mangio pane tostato.
La reazione chimica che ne ha prodotto la tostatura deriva dall’azione del calore.
Il calore è prodotto dal surriscaldamento di qualche filo conduttore dentro il tostapane.
I fili conduttori si surriscaldano perché sono attraversati elettroni entusiasti che convertono la loro energia cinetica in termica mediante l’attrito.
Gli elettroni entusiasti vengono dal cavo del tostapane.
Il cavo è attaccato alla presa sul muro.
La presa sul muro è stata costruita da chi ha costruito il muro e riceve corrente elettrica dalla rete condominiale.
La rete condominiale attraversa tutto il palazzo, costruito dagli stessi che hanno costruito la presa, e si connette alla rete cittadina.
La rete cittadina si estende sottoterra tramite appositi cablaggi e per aria tramite pali e piloni della luce.
Cablaggi e piloni sono collegati alla centrale elettrica.
La centrale elettrica è in realtà una centrale solare.
La centrale solare comprende molti pannelli solari, a loro volta costituiti da cellule fotovoltaiche.
Le cellule fotovoltaiche catturano i fotoni presenti nell’atmosfera.
I fotoni dell’atmosfera provengono dai raggi solari.
Il sole emana raggi tramite reazioni termonucleari.
Le reazioni termonucleari avvengono sostanzialmente a causa della forza di gravità.
La forza di gravità esercitata da un corpo è direttamente proporzionale alla massa dello stesso.
La massa del corpo è data dall'ammontare di particelle aggregatesi dopo il Big Bang.
Il Big Bang è un'esplosione.
L'esplosione viene da (si ipotizza) una super contrazione precedente .
Il concetto di precedente (e successivo) è comprensibile solo attraverso la percezione del tempo nello spazio.

Quindi si può affermare che il tempospazio consente al mio pane tostato di esistere.
Ora ho un nuovo Dio.
Fine.