Un crogiolo di idee

24.3.11

Rewind: Expo 2010

Ho saputo che il commissariato italiano per l'expo del 2010 sta preparando un volumetto sulla nostra partecipazione all'evento (che includerà da qualche parte anche il mio nome, mi dicono). La notizia mi ha subito innescato bei ricordi e quindi, in attesa della pubblicazione, ho deciso di riesumare qui tutti gli articoli che scrissi sull'argomento, comparsi originariamente sul Rasoio pressappoco un anno fa.

Lavoravo al padiglione italiano tutta la settimana dalle dieci alle diciotto, tranne il giovedì libero. Ero stato assunto nel servizio di sicurezza, il che significa che dovevo girare a caso per il padiglione controllando che tutto filasse liscio. Il lavoro in fin dei conti era comodo: uno stagista (volontario) quale ero non se lo cagava proprio nessuno là dentro e ce n'erano altri come me in situazioni analoghe: non so se questa indifferenza verso i giovani fosse (è) una prerogativa degli italiani, oppure un semplice effetto dell'essere stagista od ancora, più a valle, se derivasse dal fatto che tanto non mi pagavano.
Ad ogni modo, senza nessuno che mi controllava, potevo fare quello che volevo, pur salvando le apparenze. Parlare coi colleghi cinesi, tutti coetanei o quasi, era la parte che preferivo.
Rimasi però di sale quando uno mi fece notare che il mio pranzo (gratis) nel ristorante del padiglione valeva di più della loro paga giornaliera, ossia circa 13 euro. Non so dire quanto fosse giusto tutto ciò. Ad ogni modo ciascun padiglione aveva appaltato un servizio di hostess/sicurezza a ditte cinesi, che posizionavano schiere di studenti sulla ventina nei punti strategici delle sale. Questi indossavano costumi in tema con la nazione ospitante, nel nostro caso un improbabile completo Prada rosa e grigio, unisex; e la loro funzione era rompersi le palle sei ore al giorno in piedi da qualche parte, giocare coi walkie-talkie, esibire the italian fashion, impedire ai turisti di accalcarsi, la qual cosa gli riusciva malissimo.
Era molto triste vedere la gente che stava in coda un'ora o due per farsi poi spingere avanti velocemente da ragazzine col megafono alte un metro e trenta. Ma questo sarà stato solo un problema di numeri, in fondo l'Expo là era più pubblicizzato dei mondiali in Italia; e il padiglione italiano faceva 25.000 persone al giorno. 参观 (tsanguan) di massa. Benvenuti in Cina.

Dall'altra parte c'era un problema di organizzazione degli spazi. Le prime due sale erano diabolicamente strette e piene di roba molto interessante: un'Isotta Fraschini per esempio, l'auto più lussuosa del mondo e perfettamente funzionante, un'Aprilia vincitrice dell'ultimo superbike, una bici modello speciale Expo 2010, teche di calzature sportive ergonomiche brevetto 2007, almeno 7 opere di arte astratta di vario genere (e gusto), un plastico del Pantheon in pietra e marmo e uno del Teatro Massimo in legno, larghi 1x1; un modellino con video del ponte sullo stretto (!), paliote decorative in oro-argento-corallo, una ventina di schermi che mandavano immagini di panorami cittadini, una stanza di vetro 3x6 con dentro veri artigiani italiani che fabbricavano cose davanti agli occhi attoniti dei turisti (nell'ordine di comparsa: scarpe, poltrone, restauro quadri, fumetti, cartoni animati, dolci, gioielli, violini). Una figata, insomma. Peccato che le stanze siano state pensate per un'affluenza à la occidentale. Così tra la gabbia degli artigiani, il Pantheon e un'orrenda lampada (che non era una lampada) verde fatta di tubi di plastica grossa come due persone, c'era appena posto per un nonno in sedia a rotelle e l'ingorgo era bello e pronto. Inoltre non mancava mai chi voleva saggiare di persona la resistenza dei modellini, il materiale della lampada (che non era una lampada), magari chiedendomi se quelli erano spaghetti, oppure chi inciampava nel piedistallo di una libreria di funzione ignota trascinando in terra gli scaffali. Ma l'orgoglio italiano di esibire cose che non c'entravano niente con l'Expo valeva bene un paio di hostess in rosa e il sottoscritto che si sgolavano per mandare avanti i turisti estasiati e per impedirgli di travolgere le opere, mentre i boss italiani dicevano quanta gente c'è oggi e andavano fuori a fumare una paglia.
Sulla guida poi affermava che quelle sale erano pensate apposta per dare l'idea dei vicoletti narrow narrow tipici dei nostri paesi e cittadine. Per fortuna che quando bestemmiavo là dentro nessuno capiva.

No, parliamo un attimo del tema dell'Expo. Ecco, io leggevo sulle guide ufficiali, così come sui muri delle case, opuscoli, cassonetti, teleschermi, spille e mezzi informativi vari che il tema era “better city, better life”. Tutti i padiglioni che visitai escluso quello olandese (eh!) non deviavano clamorosamente dalla traccia.
Nel padiglione italiano invece c'erano cose difficilmente ricollegabili, come una vera orchestra a grandezza naturale incollata ad una parete, uno scorcio di un de Chirico riprodotto a mosaico, manichini alti tre metri vestiti da Versace/Zegna/D&G, un ulivo finto scala 1:1, una sezione del Duomo di Firenze, una parete del teatro Olimpico di Vicenza, un campo di grano con tanto di papaveri attaccato a un soffitto, la sala dedicata all'Expo 2015 con foto della Moratti e una cascata che vela una panoramica di Rho area fiera. Sembrava di stare nel mondo delle fiabe! Better city, better life, mi sembra chiaro.

La chicca finale era un bel video del MOSE che spiegava come colare cemento in laguna senza devastare l'ambiente naturale. Ancora oggi non saprei se c'è ancora qualcosa da devastare, nel caso... E infatti i colleghi italiani, quando domandavo cosa pensassero del MOSE, non avevano dubbi, cito: “preferisci conservare Venezia o quattro calamari di merda in laguna?”. Allora tornavo subito a gridare ai cinesi qing wang qian zou qilai, che significa per favore datevi una mossa. Ai cinesi sapevo sempre cosa rispondere, per fortuna che c'erano loro.

Riguardo al ponte sullo stretto gli dicevo sempre che, causa tettonica a placche, il ponte rischia (oggi non meno che ieri) di rivelarsi una bufala. Di solito però non sapevano cos'è la tettonica a placche, ed anche lì, come dicono loro, 没错 mei tsuo, tutto okay. I miei colleghi siciliani sostenevano che il ponte fosse comodo, perché "minchia, quando vado in vacanza a Napoli risparmio tre ore di imbarco e sbarco coi traghetti". Forse avrei dovuto ribattere qualcosa. 
Basta, basta. Better city, better life, no? E allora perché non ci siamo comprati tutti una bella macchina ecologica come quella che era esposta nella sala 3, una splendida Ferrari ibrida HY-KERS 599 color verde natura da 5 milioni di euro, per sborare senza inquinare in giro per l'Italia?
In conclusione il padiglione italiano mi pareva assolutamente coerente col nostro paese: una fiera del pazzesco, per farla breve. Persino i francesi dicevano che il nostro padiglione era il più bello di tutti. Invece i cinesi da parte loro si divertivano come matti; sempre che non arrivasse qualche VIP gonfio di cash a fargli buttare nel cesso due ore di coda. Era una sofferenza per me costringere la gente a procedere per permettere a qualcun altro di passare, ma immagino facesse tutto parte del gioco.
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