Un crogiolo di idee

23.3.11

Vuoto a Perdere

Jean Baudrillard (1929-2007) fu un sociologo d'oltralpe, il cui acume ricorda che persino tra i francesi ce ne sono di buoni a volte. Eppure egli non ebbe mai la considerazione che merita nel suo ambiente. Forse perché Baudrillard non si può facilmente inquadrare in una sola categoria di intellettuale.
I suoi scritti infatti non sono paragonabili a niente, sono un vortice di suggestioni, sentenze deliranti, fenomenologia della tecnologia mistica. 
Baudrillard è come un frullato di Nietzsche e Wilde, il prototipo del radical-chic apocalittico, assurdo e definitivo. Capire quello che scrive Baudrillard, districare la sua prosa corrosiva e visionaria, è un'ardua impresa e spesso non basta essere edotti in filosofia. Per leggere Baudrillard bisogna pensare come Baudrillard, ossia avvicinarsi parecchio alla pazzia. E' l'arte del pensiero sconnesso, un brainstorming senza nessuna risoluzione. In fondo Baudrillard è un patafisico. Potrebbe essere stato partorito dal re Ubu in persona, quale suo lato positivo, sia chiaro, ma pur sempre mostruoso. 
Ed è proprio la mostruosità, l'aberrazione di Baudrillard dal mos maiorum, che gli consente di immaginare con precisione chirurgica le modalità di deriva del mondo: certo non si può parlare di analisi razionale infatti. Baudrillard è tutto meno che razionale, ma lo giustificheremo, dal momento che una situazione folle come è la nostra modernità non si può avvicinare in modo classico. Sarebbe un errore grave.
Il fulcro di Baudrillard perciò diventa la frantumazione del sistema platonico. Le ombre che l'uomo vede sul muro della caverna sono una volontaria astuzia dell'oggetto. Da parte sua il soggetto in Baudrillard è deresponsabilizzato e messo tra le mani dell'oggetto, che, molto semplicemente, lo prende in giro. Un po' come l'autore stesso fa con noi.
Qual è lo scopo di tutto ciò? Nessuno. Merito di Baudrillard dunque è giungere infine alla denuncia di un male tremendo che permea l'oggi, ossia: il vuoto. Il potenziamento isterico del significato fino alla sua autodistruzione, l'estasi della messa in scena, che è l'oscenità in tutti i sensi (!). Il risultato è la trasparenza totale, la fine dell'illusione per un mondo più vero del vero, talmente vero da essere finto.
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